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Un quarto di noi usa l'IA sui documenti clinici

I numeri della prima indagine CNOP, e la domanda che nessuno ci ha insegnato a farci: dove finisce quello che scriviamo di un paziente.

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C'è un dato, nella prima indagine nazionale del CNOP sull'intelligenza artificiale, che vale la pena isolare subito perché riorienta tutta la discussione: il 25,63% dei colleghi usa strumenti di IA per i documenti clinici — relazioni, report, cartelle — e il 68,95% lo fa con chatbot generativi di uso generale, cioè strumenti nati per tutt'altro e adattati al nostro lavoro.

Non è una notizia di categoria. È una descrizione di quello che è già successo nei nostri studi, mentre la discussione pubblica era occupata altrove — sull'IA che «sostituisce» il terapeuta. Quella domanda è legittima e ci torniamo. Ma è arrivata seconda.

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I numeri, per non discutere di sensazioni

L'indagine è stata presentata il 7 luglio 2026 alla Casa della Psicologia di Milano, dal CNOP con l'Ordine della Lombardia, su 5.906 psicologhe e psicologi di tutta Italia. È la prima volta che abbiamo dei numeri al posto delle impressioni, e alcuni meritano di stare uno accanto all'altro:

  • 58,76% ha già usato l'IA nella propria attività — soprattutto gestione documentale, ricerca, amministrazione.
  • 25,63% la usa per documenti clinici; 68,95% ricorre a chatbot generativi generalisti.
  • 55,04% riferisce che i propri pazienti usano l'IA per aspetti emotivi e relazionali, per la solitudine, o per cercare informazioni diagnostiche.
  • 79,45% indica come rischio principale l'illusione di cura e l'autodiagnosi; seguono la riduzione della relazione umana (65,4%) e la dipendenza emotiva dai chatbot (52,6%).
  • 62,03% lamenta la mancanza di formazione specifica, 54,48% l'assenza di linee guida condivise. E l'86% si dichiara disponibile a formarsi.

Letti insieme, questi numeri raccontano una cosa precisa, ed è bene dirla senza giri: non è una professione che rifiuta la tecnologia — il rifiuto esplicito si ferma al 7,52%, l'atteggiamento prevalente è la curiosità. È una professione che la sta usando senza le istruzioni, perché le istruzioni non esistono ancora. Il 25,63% non è un dato di leggerezza. È un dato di vuoto formativo.

Fonte: Ordine degli Psicologi della Lombardia — Psicologia e AI: dati della prima indagine CNOP (7 luglio 2026).

Cosa succede davvero quando incolli una relazione in un chatbot

Mettiamola sul concreto, perché è lì che si capisce.

Scrivi la relazione per l'invio a un collega. È lunga, sei stanco, sono le nove di sera. La incolli in un servizio generalista e chiedi di sistemare la forma. Il testo contiene la storia di una persona: la sua diagnosi, le sue relazioni, magari un episodio che le ha cambiato la vita.

In quel momento quel testo esce dal tuo studio. Tre cose accadono insieme, e nessuna delle tre è visibile a schermo:

  • Non c'è un accordo sul trattamento dei dati. Un fornitore che tratta dati per tuo conto dovrebbe farlo sotto un contratto ex art. 28 GDPR — il DPA. I servizi generalisti nella versione d'uso comune non te lo danno, perché non nascono per questo.
  • Non sai dove finiscono. Il trattamento può avvenire fuori dallo Spazio economico europeo, sotto garanzie che non hai verificato e che, in ogni caso, non hai documentato da nessuna parte.
  • In alcune configurazioni, il testo addestra il modello. Non in tutte, e non sempre per impostazione predefinita — ma la differenza sta in un'impostazione che va cercata, capita e mantenuta nel tempo.

Ora la domanda che conta davvero, e che è deontologica prima che tecnica: quel paziente ti aveva autorizzato a questo? Il consenso che ti ha firmato copre il trattamento dei suoi dati per la cura, presso di te, con i tuoi strumenti. Non copre l'invio del suo materiale a un fornitore che lui non conosce, per un fine che nessuno gli ha spiegato.

Non sto dicendo che chi l'ha fatto abbia agito in malafede. Sto dicendo che è successo senza che nessuno se lo formulasse così, e che formularselo è tutto il lavoro.

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La legge, in due righe che è utile ricordare

La legge 132/2025 ammette l'intelligenza artificiale in ambito di cura come strumento di supporto all'attività del professionista: la responsabilità clinica e deontologica resta in capo a te, in ogni fase. Il principio è quello del primato della decisione umana, e regge a prescindere da quanto lo strumento sia bravo.

È una formulazione più interessante di quanto sembri. Non dice «vietato». Dice che il rischio non è delegabile — e siccome la responsabilità non si può delegare a un fornitore, la scelta del fornitore diventa essa stessa un atto professionale. È il punto in cui una questione che sembrava informatica torna a essere nostra.

In pratica: se usi strumenti di trascrizione automatica, assistenti per le note cliniche o piattaforme di teleconsulto con componenti di IA, l'informativa privacy va aggiornata e va valutata la necessità di una valutazione d'impatto. Non è burocrazia in più: è la traccia scritta di una decisione che hai già preso di fatto.

E l'altra domanda — quella dell'IA che «fa terapia»

L'8 luglio il CNOP ha depositato al Tribunale di Roma un ricorso d'urgenza contro una piattaforma estera che, testualmente, «si presenta agli utenti come piattaforma di supporto psicologico e terapeutico erogata da "terapeuti" generati tramite intelligenza artificiale». È il primo caso italiano in cui un ordine professionale porta davanti a un giudice la domanda se un sistema automatico possa condurre sedute.

Sul merito clinico ho una posizione, e non è quella che ci si aspetta da chi costruisce software. Un modello linguistico produce risposte plausibili, ed è bravissimo a farlo; ma una parte importante del nostro lavoro consiste esattamente nell'incontrare qualcosa che non asseconda — un limite, una domanda non prevista, il momento in cui noti che il paziente sta raccontando per la quarta volta la stessa storia con parole diverse, e glielo dici. Un sistema addestrato a essere utile e a non dispiacere tenderà, per costruzione, dall'altra parte.

Eppure — e qui vale la pena non semplificare — il fatto che milioni di persone parlino di sé a un sistema automatico non è solo un abuso da reprimere. È anche un sintomo, e come ogni sintomo dice qualcosa sulla domanda che lo produce: c'è un bisogno di ascolto enorme, in larga parte senza risposta, e un'interfaccia disponibile alle tre di notte, senza appuntamento e senza mesi di mezzo, vi risponde a modo suo. Il 55,04% che vede i propri pazienti farlo non sta osservando un fenomeno esterno: lo sta incontrando in seduta.

Difendere la specificità del lavoro psicologico non è difendere una rendita. È dire che quel bisogno merita una risposta all'altezza, non una sua imitazione ben scritta.

Dove ci mettiamo noi, e perché lo diciamo qui

Va detto con chiarezza, visto che questo articolo sta sul sito di un gestionale: in PsicoVoice non c'è alcuna intelligenza artificiale che tocchi la cartella clinica. Nessuna trascrizione automatica delle sedute, nessun assistente che riassume le note, nessun invio del contenuto clinico a fornitori terzi. I campi sensibili sono cifrati a riposo con una chiave derivata per studio.

Non è una posizione contro l'IA, e non voglio farla passare per tale — sarebbe disonesto verso quel 58,76% che la usa, spesso con buon senso, su cose che con la clinica non c'entrano. È una scelta su dove: fin quando non ci sono linee guida professionali condivise — quelle che il 54,48% dei colleghi dice di non avere — il posto sbagliato dove sperimentare è la cartella di un paziente.

Se un domani quelle linee guida arriveranno, ne riparleremo alla luce di quelle, e lo scriveremo qui. Nel frattempo preferiamo essere lo strumento noioso nella parte che riguarda i dati clinici. Su una cartella clinica, noioso è un complimento.

Cosa puoi fare lunedì mattina

Tre cose concrete, che non richiedono di aspettare le linee guida di nessuno.

Separa i due usi. Preparare una slide per un corso, cercare bibliografia, riscrivere una mail organizzativa: nessun dato di paziente, nessun problema. Il materiale clinico è un'altra categoria e va trattato come tale. La riga di confine non è «quanto è delicato il compito», è se dentro c'è una persona riconoscibile.

Se anonimizzi, anonimizza davvero. Togliere il nome non basta: età esatta, professione, città piccola, un evento raro messi insieme identificano una persona meglio di un nome. È lo stesso criterio che usiamo già per un caso clinico portato in supervisione o pubblicato — solo che qui ce lo dobbiamo ricordare da soli, senza un supervisore che ce lo chieda.

Chiedi ai fornitori che già usi. Il gestionale, la piattaforma di videochiamata, il servizio di trascrizione: hanno componenti di IA? Su quali dati girano? Esiste un DPA firmabile? Se una risposta chiara non arriva, quella è la risposta — ed è un'informazione che vale la scomodità della domanda.

Scarica la scheda: le domande da fare a un software

Dieci domande da porre a qualunque strumento prima di affidargli i dati dei pazienti — dove stanno, chi li legge, c'è un DPA, cosa succede se chiudete — ognuna con la risposta che dovresti sentirti dare e il campanello d'allarme corrispondente. Te la mandiamo via email.

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Domande frequenti

Non se il testo contiene dati che rendono riconoscibile il paziente. Un servizio generalista non nasce per trattare dati sanitari: di norma manca un accordo sul trattamento dei dati (DPA, art. 28 GDPR), i dati possono essere trattati fuori dallo Spazio economico europeo e in alcune configurazioni possono essere usati per addestrare il modello. Se il testo è reso davvero irriconoscibile la questione cambia — ma l'anonimizzazione va fatta prima, non promessa dopo.
La legge 132/2025 ammette l'intelligenza artificiale come strumento di supporto all'attività professionale: la responsabilità clinica e deontologica resta in capo al professionista in ogni fase. Il principio è il primato della decisione umana, e vale a prescindere da quanto lo strumento sia bravo.
Secondo la prima indagine nazionale del CNOP, presentata il 7 luglio 2026 su 5.906 rispondenti, il 58,76% ha usato strumenti di IA nella propria attività, soprattutto per gestione documentale, ricerca e attività amministrative. Il 25,63% la usa per documenti clinici e il 68,95% ricorre a chatbot generativi di uso generale.
Più della metà dei colleghi dice di sì: il 55,04% riferisce che i propri pazienti usano strumenti di IA per affrontare aspetti emotivi e relazionali, la solitudine o per cercare informazioni diagnostiche. È un dato che riguarda la stanza, non solo la tecnologia — e vale la pena chiedersi che funzione abbia, per quel paziente, parlarne prima a una macchina.

Fonti: OPL — Prima indagine CNOP su psicologia e IA (7 luglio 2026) · CNOP — Il CNOP ti informa, 28/07/2026 · Garante per la protezione dei dati personali.

Su questi temi facciamo divulgazione, non consulenza legale: le scelte sul trattamento dei dati del tuo studio vanno valutate con chi ti segue sulla privacy, e quelle deontologiche con il tuo Ordine.

Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2026. I dati dell'indagine sono ripresi dalla presentazione ufficiale del 7 luglio 2026 (CNOP con l'Ordine degli Psicologi della Lombardia); il testo sul ricorso è citato dalla comunicazione del CNOP del 28 luglio 2026.

Alberto Del Bove — psicologo psicoterapeuta, founder di PsicoVoice.