Intelligenza artificiale e psicoterapia: dove passa il confine

Di Alberto Del Bove, psicologo psicoterapeuta

Professione, approfondimento · aggiornata il

Il 10 ottobre gli psicologi italiani hanno dedicato la loro giornata nazionale all'intelligenza artificiale. Qui c'è una lettura per i colleghi e, più sotto, un testo da girare ai pazienti che ne parlano in seduta.

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Per i colleghi, prima del testo

L'intelligenza artificiale non prende il posto della psicoterapia, e la presidente del CNOP lo ha ricordato proprio in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, quando ha detto che «la macchina può simulare una relazione, ma non può assumersene la responsabilità». La domanda che arriva nei nostri studi però è un'altra, perché sempre più pazienti raccontano di parlare con un chatbot delle loro giornate, e tocca a noi capire che cosa ci stanno dicendo.

Nella prima indagine nazionale del CNOP, presentata a luglio su 5.906 colleghi, il 55,04% riferisce che i propri pazienti usano strumenti di intelligenza artificiale per gli aspetti emotivi e relazionali, per la solitudine o per cercare informazioni diagnostiche (i numeri completi, e cosa comportano per i dati clinici, sono in un quarto di noi usa l'IA sui documenti clinici). Vale la pena prendere sul serio quel dato senza leggerlo come una minaccia alla professione, perché in stanza arriva quasi sempre come un racconto, e un racconto ha una funzione.

Quando un paziente me lo dice provo a non chiedermi se faccia bene o male, e a chiedermi piuttosto in quali momenti lo cerca, che cosa gli domanda e come si sente dopo. A volte il chatbot è il posto in cui una frase viene provata prima di essere detta a qualcuno, altre volte è il posto in cui quella frase resta, così che non arriva mai alla persona a cui era destinata. Le due cose si somigliano molto, e distinguerle è un lavoro che una macchina non può fare per conto del paziente.

Il testo che segue l'ho scritto per loro, con il tu e senza gergo, partendo dalla giornata romana. Puoi mandarne il link a chi te ne parla, oppure usarlo come spunto per una conversazione in seduta.

Il link da mandare porta direttamente alla parte per i pazienti, psicovoice.it/intelligenza-artificiale-psicoterapia#per-i-pazienti.

Per chi ci legge da paziente: cosa cerchiamo quando ci confidiamo con una macchina

Il 10 ottobre, a Roma, gli psicologi italiani hanno dedicato un'intera giornata a una domanda che suona quasi come una sfida, cioè se l'intelligenza artificiale li sostituirà, ma credo che la domanda più utile per chi non fa questo mestiere sia un'altra, ovvero che cosa stiamo cercando davvero quando scegliamo di confidarci con una macchina.

Che cosa è successo a Roma

Il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi ha scelto per la Giornata Nazionale della Psicologia il titolo «IA – Intelligenza Artificiale: Quo Vadis?», con istituzioni, università e sanità attorno allo stesso tavolo, a partire dalla constatazione che l'intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini del pensiero, delle relazioni umane e della pratica professionale. La presidente Maria Antonietta Gulino ha sostenuto che «la macchina può simulare una relazione, ma non può assumersene la responsabilità», e ha indicato come rischio più insidioso quello di non delegarle soltanto alcune funzioni, ma di finire per «delegarle anche il dubbio».

Non serve schierarsi per capire che il fatto, in sé, è notevole. Una professione che per decenni ha lavorato in stanze discrete si trova a dover spiegare in pubblico che cosa fa, perché qualcosa che somiglia a ciò che fa è diventato disponibile sul telefono di chiunque, a qualsiasi ora.

Dentro questa cornice è passata anche l'idea che l'intelligenza artificiale possa avere un ruolo accanto al professionista, a condizione che la regia resti umana; la stessa Gulino ha ricordato che nelle professioni sanitarie «l'IA può restituire tempo alla cura». È una distinzione che a me pare preziosa, perché sposta la discussione da un'alternativa sterile tra tecnologia buona e tecnologia cattiva a una questione di posto e di responsabilità, cioè chi risponde di che cosa, e davanti a chi.

Perché una macchina che risponde sempre ci attrae

Pensa a un'ora qualunque della notte, a una preoccupazione che non si lascia mettere da parte, a un messaggio che non vorresti scrivere a nessuno che conosci. Un assistente virtuale risponde subito, non si stanca, non giudica, non ha una giornata storta e non ti chiede di aspettare il giovedì successivo. Sarebbe sciocco negare che questo abbia un valore, perché la disponibilità immediata è, per molte persone, la differenza tra parlare e tacere.

Eppure vale la pena chiedersi che cosa significhi, per chi soffre, ricevere sempre una risposta. Una risposta immediata può funzionare da sollievo, e allo stesso tempo può sostituirsi a quel tempo scomodo in cui qualcosa dentro di noi prende forma proprio perché nessuno lo riempie subito. Non è né un nemico da temere né un aiuto da adottare senza riserve; è uno strumento che, a seconda di come lo usiamo, può avvicinarci a ciò che proviamo oppure darci l'impressione di averlo già risolto.

Dove passa il confine

Nella stanza di terapia accade una cosa che a prima vista sembra un difetto. Il terapeuta non c'è sempre, ha dei limiti, a volte tace, a volte non capisce subito, e il paziente se ne accorge. Quei limiti non sono un guasto da correggere; sono il materiale con cui si lavora, perché è dentro una relazione con una persona reale, che può deludere e può essere ritrovata dopo una delusione, che molti imparano qualcosa di nuovo sul proprio modo di amare, di temere, di fidarsi.

Una macchina che non si stanca mai non offre questa esperienza, e non perché sia poco intelligente, ma perché la sua funzione è un'altra, cioè produrre una risposta plausibile, non reggere una relazione nel tempo. Quando la presidente dell'Ordine ricorda che la macchina può simulare una relazione senza poterne rispondere, sta difendendo una cosa semplice, il diritto di sapere con chi, o con che cosa, si sta parlando, e che dall'altra parte ci sia qualcuno che risponde di quello che dice.

C'è poi un rischio che gli stessi professionisti segnalano, e lo fanno con prudenza, perché i dati sull'effetto di questi strumenti sono ancora in costruzione: è plausibile che chi si affida a un assistente virtuale come unico interlocutore ritardi il momento di chiedere un aiuto qualificato, o sviluppi un attaccamento verso qualcosa che non può ricambiarlo. Dirlo non significa condannare chi lo usa, significa riconoscere che dietro quella scelta c'è quasi sempre una solitudine che merita ascolto.

Che cosa farne, concretamente

Se già parli con un assistente virtuale delle tue giornate, non c'è nulla di vergognoso, e può darsi che ti serva a mettere in ordine i pensieri prima di dirli a qualcuno. Il punto sta nel chiederti, ogni tanto, che cosa ti restituisce, cioè se dopo quelle conversazioni ti senti più vicino alle tue cose o soltanto più calmo per qualche ora, e se la persona con cui vorresti parlare davvero è ancora lontana.

L'intelligenza artificiale e la psicoterapia possono convivere come convivono un diario e un colloquio, ciascuno con la sua funzione, purché nessuno dei due pretenda di fare il lavoro dell'altro. Un diario non ti risponde, e proprio per questo ti obbliga a sentire la tua voce; un terapeuta ti risponde, e lo fa da una posizione che non coincide mai del tutto con la tua. Una macchina sta in mezzo, e questo la rende insieme comoda e ambigua.

Se ti riconosci in qualcuna di queste righe, può essere utile parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta iscritto all'albo, anche solo per un primo colloquio in cui capire che cosa ti serve; non c'è bisogno di aspettare che il malessere diventi insopportabile. Resta aperta, e credo debba restare aperta, la domanda di fondo di quella giornata romana: non se le macchine impareranno a rispondere meglio, ma che cosa vorremo ancora chiedere a qualcuno che può non rispondere subito.

Domande frequenti

Può offrire strumenti utili, ma non la relazione terapeutica, che è fatta di presenza, sintonizzazione e anche di limiti con cui si lavora. La presidente del CNOP, Maria Antonietta Gulino, lo ha detto così in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia 2026: «La macchina può simulare una relazione, ma non può assumersene la responsabilità».
Non c'è nulla di vergognoso, e a volte serve a mettere in ordine i pensieri prima di dirli a qualcuno. Vale la pena chiedersi che cosa restituisce, cioè se dopo quelle conversazioni ci si sente più vicini alle proprie cose o soltanto più calmi per qualche ora. Se il malessere resta, è utile parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta iscritto all'albo.
Più che chiedersi se faccia bene o male, conviene esplorare in quali momenti lo cerca, che cosa gli chiede e come si sente dopo. A volte il chatbot è il posto in cui una frase viene provata prima di essere detta a qualcuno, altre volte è il posto in cui resta. Distinguere le due cose è parte del lavoro clinico.
È l'evento nazionale con cui il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi ha celebrato la giornata, il 10 ottobre 2026 a Roma, con il titolo «IA – Intelligenza Artificiale: Quo Vadis?». Ha messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, università e sanità sul rapporto fra intelligenza artificiale, relazioni umane e pratica professionale.

Fonti: CNOP, Giornata Nazionale della Psicologia 2026 · Sanità Informazione, Intelligenza artificiale e psicologia, Gulino (CNOP) (13 ottobre 2026) · OPL, Prima indagine CNOP su psicologia e IA (7 luglio 2026).

Questo testo è divulgazione e non sostituisce un colloquio con un professionista. Se stai attraversando un momento difficile, puoi rivolgerti a uno psicologo o a uno psicoterapeuta iscritto all'albo; in caso di emergenza chiama il 112.

Ultimo aggiornamento: 1° novembre 2026. Le parole della presidente del CNOP sono riprese dall'articolo di Sanità Informazione del 13 ottobre 2026; il dato sui pazienti che usano l'IA viene dalla prima indagine nazionale del CNOP presentata il 7 luglio 2026.

Alberto Del Bove, psicologo psicoterapeuta, founder di PsicoVoice.