Lo psicologo a scuola obbligatorio può davvero ascoltare qualcuno?

Di Alberto Del Bove, psicologo psicoterapeuta

Professione, scuola · aggiornata il

Una proposta di legge vuole due ore al mese con lo psicologo per tutti gli studenti, affidate a 18mila «docenti psicoterapeuti». L'idea di fondo la chiediamo da anni; la forma che prenderà tocca il nostro ruolo, il segreto e il consenso, e vale la pena guardarla con calma.

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In breve. Il 28 settembre 2026 la Lega ha annunciato una proposta di legge che porterebbe lo psicologo a scuola, obbligatorio, per due ore al mese, affidato a 18mila docenti psicoterapeuti, a partire dalle superiori. Non è una legge in vigore, e per chi lavora oggi in uno sportello di ascolto non cambia nulla. Uno spazio stabile di ascolto è una buona idea; i nodi per la professione sono l'obbligo, l'inquadramento come docente (chi valuta non è chi ascolta), il segreto professionale e il consenso dei genitori per i minori. Nel frattempo è un buon momento per rimettere in ordine consensi dei tutori, regole di riservatezza e documentazione.

C'è una domanda che vorrei portare dentro questo articolo, e che secondo me conta più della proposta di legge da cui nasce: si può rendere obbligatorio l'ascolto senza svuotarlo di senso? Il 28 settembre la Lega ha annunciato una proposta di legge che prevede due ore al mese con lo psicologo per tutti gli studenti, dalle superiori fino, gradualmente, alle elementari. L'occasione è stata l'ennesima aggressione a un'insegnante, questa volta nel quartiere di Centocelle, a Roma. Chi ha lavorato in uno sportello scolastico, o segue adolescenti in studio, sa che la notizia ci riguarda più di quanto sembri: parla del nostro ruolo prima ancora che della scuola.

Cosa prevede la proposta sullo psicologo a scuola obbligatorio

Il testo, per come è stato raccontato dall'agenzia ANSA, immagina due ore mensili «dedicate all'ascolto, al confronto e alla prevenzione», fino alla fine delle superiori, affidate a 18mila figure definite docenti psicoterapeuti da inserire progressivamente, prima nelle scuole superiori e poi nelle medie e nelle primarie. Porta la prima firma della deputata Giorgia Latini. I soldi arriverebbero da un'addizionale Ires dello 0,65% sulle grandi società di capitali con un fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro. Secondo la ricostruzione di Tecnica della Scuola, le ore si svolgerebbero in classe e senza voto, e accanto a queste gli studenti potrebbero chiedere colloqui individuali riservati. Per ora è soltanto una proposta, quindi non cambia nulla domani mattina, e potrebbe cambiare molto prima di diventare legge, o non diventarlo affatto.

Lo dico subito, perché mi sembra giusto. L'idea che a scuola ci sia uno spazio stabile dedicato alla vita emotiva dei ragazzi è una buona idea, e chi lavora in questo campo la chiede da anni. Molti di noi conoscono bene lo sportello che esiste solo se arriva un bando, dura qualche mese e poi sparisce, proprio quando i ragazzi avevano cominciato a fidarsi. Dal 2020 c'è un protocollo d'intesa fra Ministero dell'Istruzione e Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi che dà una cornice a questo lavoro, ma il servizio continua a passare da incarichi che ogni istituto assegna con le risorse che riceve. Una presenza continuativa risponderebbe a questo vuoto.

Eppure c'è qualcosa, nella forma, che merita di essere guardato con calma.

L'obbligo e la soglia

Pensiamo a un ragazzo di quindici anni che sta male davvero, magari da mesi, e non l'ha detto a nessuno. Per lui il passo più difficile non è trovare il tempo per parlare con qualcuno, perché il tempo spesso c'è. Il passo difficile è decidere di farlo, varcare una soglia, ammettere a se stesso che quella fatica merita attenzione. In psicoterapia sappiamo bene che quella decisione, anche quando è fragile e piena di dubbi, è già parte della cura.

Uno psicologo a scuola obbligatorio, con un'ora inserita nel calendario come l'educazione fisica, rischia di saltare proprio questo passaggio. Chi ha bisogno potrebbe trovarsi in un gruppo dove nessuno ha voglia di esporsi davanti ai compagni, e chi non ha bisogno vivrebbe quelle ore come un'altra materia da sopportare. L'ascolto, quando è prescritto, tende a diventare un adempimento, e gli adolescenti hanno un radar molto preciso per riconoscere gli adempimenti.

Non vorrei però cadere nell'errore opposto. La scelta individuale non è sempre libera allo stesso modo per tutti, e un ragazzo che cresce in una famiglia dove «dallo psicologo ci vanno i matti» difficilmente busserà a quella porta da solo. Per lui un momento uguale per tutta la classe potrebbe essere l'unico modo per scoprire che parlare di ciò che si prova è una cosa normale, persino utile. L'obbligo quindi non è né soltanto un'imposizione che svuota l'ascolto, né soltanto un'opportunità democratica. È tutte e due le cose insieme, e il risultato dipende da come verrebbe costruito. I colloqui individuali su richiesta, se resteranno nel testo, vanno in questa direzione, perché restituiscono la soglia al ragazzo che decide di varcarla.

Cosa cambierebbe per chi fa il nostro lavoro

Un dettaglio della proposta mi ha colpito più degli altri, ed è la definizione di «docenti psicoterapeuti». Sembra una questione di etichette, ma per un adolescente non lo è affatto. Il docente è la persona che ti valuta, che mette il voto, che parla con i tuoi genitori ai colloqui. Lo psicologo, invece, è qualcuno a cui puoi dire una cosa sapendo che resterà lì, senza conseguenze sulla pagella e senza passare per la sala professori. Se le due funzioni si confondono, il ragazzo smette di parlare. Non per cattiva volontà, ma perché sente, giustamente, che non è chiaro chi ha davanti.

Per noi questo ha un nome preciso. Il segreto professionale è un obbligo del Codice Deontologico prima ancora che una scelta, e il ruolo di docente porta con sé luoghi in cui di uno studente si parla: il consiglio di classe, lo scrutinio, il colloquio con le famiglie. Le ore senza voto vanno nella direzione giusta, ma da sole non sciolgono il nodo. Vale la pena chiedersi cosa potrà dire un docente psicoterapeuta quando un collega gli chiede di un ragazzo, e cosa dovrà tacere.

Poi c'è il consenso. L'articolo 31 del Codice subordina le prestazioni a persone minorenni al consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, con eccezioni limitate. Un'ora di ascolto inserita nell'orario, uguale per tutta la classe, è un'attività didattica o una prestazione psicologica? Dalla risposta dipende se serve il consenso dei genitori, e cosa succede allo studente i cui genitori non lo danno: resta in classe, esce, ascolta senza parlare?

E c'è il setting. Una classe non è un gruppo scelto: sono ragazzi che si rivedono tutti i giorni, e quello che si dice lì dentro può uscire dall'aula alla ricreazione. Lavorare in gruppo con loro è possibile, ma chiede una conduzione diversa da quella di uno sportello, e regole di riservatezza dette ad alta voce fin dall'inizio. I colloqui individuali su richiesta sono un'altra cosa ancora, ed è lì che consenso e segreto smettono di essere principi e diventano procedure.

Che cosa ci chiedono, quando ci chiamano dopo un'aggressione

C'è poi una questione che riguarda il momento in cui la proposta è nata. Quando succede qualcosa di grave in una scuola, la richiesta di «più psicologi» arriva quasi sempre a ridosso dei fatti, come risposta a un'emergenza. È comprensibile, e in parte è anche giusto, ma vale la pena chiedersi che funzione abbia questa richiesta per gli adulti che la fanno.

A volte chiamare lo psicologo serve a dire che il problema sta nella testa di qualche ragazzo, e che basta intercettarlo in tempo. È una lettura rassicurante, perché lascia fuori tutto il resto, cioè classi troppo numerose, insegnanti soli e sotto pressione, famiglie che non hanno tempo, quartieri dove i servizi mancano. Il disagio di un adolescente non nasce mai in un vuoto. Ha una storia, abita in una relazione, e spesso dice qualcosa sull'ambiente in cui vive prima ancora che su di lui.

Lo psicologo a scuola può fare moltissimo, a condizione che non diventi il luogo dove depositare ciò che il resto del sistema non riesce a reggere. Se gli si chiede di prevenire la violenza da solo, due ore al mese, lo si condanna a fallire, e con lui si brucia la fiducia dei ragazzi in quello strumento. Conviene che siamo noi a dirlo, con chiarezza, prima di accettare un mandato così.

Cosa fare oggi, se lavori in uno sportello o con adolescenti

Mentre se ne discute, per chi lavora già in uno sportello di ascolto a scuola o segue adolescenti in studio non cambia nulla. Proprio per questo è un buon momento per rimettere in ordine tre cose che una legge, se arriverà, renderà più visibili.

  • Il consenso dei tutori. Prima del primo colloquio, sapere come è stato raccolto: da chi esercita la responsabilità genitoriale, per iscritto, e per quale prestazione. Il regolamento dello sportello e il tuo incarico dicono come; l'articolo 31 dice che serve. Chi firma quando i genitori sono due lo trovi nella guida al consenso con minori e coppie.
  • La riservatezza, detta all'inizio. Al ragazzo, alla scuola e ai genitori conviene spiegare da subito cosa resta nella stanza e in quali casi il segreto cede, così che nessuno lo scopra dopo, nel momento peggiore.
  • La documentazione. Le note dei colloqui sono dati sulla salute di un minore. Vale la pena sapere, prima di scriverle, chi ne risponde secondo il tuo incarico, dove stanno e dove resteranno quando l'incarico finisce. Nella guida su consenso e privacy trovi la checklist essenziale.
  • La fattura alla scuola. A un ente pubblico la fattura è elettronica, col codice dell'ufficio e, se l'incarico è un appalto, il CIG: i passaggi sono nella guida su come fatturare a scuole, ASL e comuni.

E quando lo sportello non basta, resta l'invio: a un collega o ai servizi, concordato con i genitori, perché la continuità che la scuola oggi non garantisce si possa trovare altrove. Se il costo frena la famiglia, il Bonus Psicologo contribuisce alla spesa delle sedute in base all'ISEE.

Una domanda da lasciare aperta

Forse il punto non è stabilire se l'obbligo sia giusto o sbagliato in astratto. Il punto è che l'ascolto ha bisogno di tempo, di continuità e di un ruolo riconoscibile, e nessuna di queste cose si ottiene per decreto in poche settimane. Se questa proposta servirà ad aprire una discussione seria su come la scuola si prende cura della vita interiore dei ragazzi, avrà già fatto qualcosa di utile. Se invece resterà la risposta veloce a un fatto di cronaca, rischierà di insegnare ai ragazzi la cosa sbagliata, cioè che lo psicologo arriva quando qualcosa si è già rotto, e non prima. A noi, intanto, tocca dire con chiarezza a quali condizioni l'ascolto funziona.

Fonti: ANSA, Due ore di psicologo obbligatorie al mese a scuola, proposta legge della Lega, 28/09/2026 · Tecnica della Scuola, 30/09/2026 · CNOP, Protocollo scuola · CNOP, Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, art. 31.

Domande frequenti

No. Le due ore mensili sono il contenuto di una proposta di legge annunciata il 28 settembre 2026, non di una legge in vigore, e il testo potrebbe cambiare o non essere approvato. Oggi il supporto psicologico a scuola passa dagli sportelli di ascolto che i singoli istituti attivano, nella cornice del protocollo d'intesa firmato nel 2020 fra Ministero dell'Istruzione e Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi.
Secondo l'ANSA, due ore obbligatorie al mese con lo psicologo, fino alla fine delle superiori, dedicate all'ascolto, al confronto e alla prevenzione, con l'inserimento progressivo di 18mila docenti psicoterapeuti, finanziato con un'addizionale Ires dello 0,65% sulle società di capitali con un fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro. Secondo Tecnica della Scuola le ore si svolgerebbero in classe e senza voto, e gli studenti potrebbero chiedere colloqui individuali riservati.
Secondo l'ANSA, 18mila figure da inserire progressivamente, prima nelle superiori e poi nelle medie e nelle primarie. Le fonti disponibili non dicono ancora con quali requisiti né con quale inquadramento, ed è lì che si giocano le questioni più delicate per la professione: chi valuta non è chi ascolta, e il segreto professionale deve restare chiaro anche dentro la scuola.
Di regola sì. Il Codice Deontologico degli psicologi, all'articolo 31, subordina le prestazioni a persone minorenni al consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, con eccezioni limitate previste dallo stesso articolo. Come si raccoglie dipende dal regolamento dello sportello e dal tuo incarico, e conviene verificarlo prima del primo colloquio.
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Contenuto aggiornato al 1° ottobre 2026. La proposta non è ancora una norma e il testo potrebbe cambiare, quindi per lo stato dell'iter fai riferimento ai siti di Camera e Senato. Le scelte deontologiche sul tuo incarico vanno valutate con il tuo Ordine.